Tonight Shen-yi almost cut my finger off. With his mouth. Going for a piece of chocolate.
We do love each other.
Sunday, December 30, 2007
Thursday, December 27, 2007
too many announced deaths in this world: farewell to benazir
I am not an expert in political analysis, and I am not good in history, but I have always admired Benazir Bhutto, although aware of possible shadows on her biography (but show me a premier of a tormented country who has never been accused of corruption). I cried when this morning Shen-yi told me she has been murdered.
I am sure others will be more apt to say meaningful things on her. For now, just a link to BBC's obituary
I am sure others will be more apt to say meaningful things on her. For now, just a link to BBC's obituary
Sunday, December 16, 2007
festive philosophy
I like crusty philosophy (and crusty philosophers) but there is a limit. Thanks God, there are also British, witty philosophers.
Exchange on a philosophy anglophone mailing list:
Subject: festive philosophy?
Philosopher1: "Is it ok to lie to children about Santa / Father Christmas? I did - to my kids - and they were quite grumpy when they found out!"
Philosopher2: "My parents lied to me about Father Christmas, and when I was older, I lied to them about believing in God."
Exchange on a philosophy anglophone mailing list:
Subject: festive philosophy?
Philosopher1: "Is it ok to lie to children about Santa / Father Christmas? I did - to my kids - and they were quite grumpy when they found out!"
Philosopher2: "My parents lied to me about Father Christmas, and when I was older, I lied to them about believing in God."
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commenti,
english,
sort of philosophical
Wednesday, December 12, 2007
addio al grande pepé
Quando ho visto il messaggio di posta di Bambi ho temuto il peggio. E gmail impietosamente annunciava già “mi dispiace darti questa brutta notizia…”
È morto il Maestro. L’unico che è stato e sarà sempre tale, per me, per noi, per tutti gli allievi e allieve disseminate per Roma, per l’Italia, qualcuno nel mondo.
Un mondo che improvvisamente mi sembra vastissimo, perché nell’era di internet e delle compagnie aeree low cost varcare l’oceano in un giorno è ancora complicato. E dunque posso solo attaccarmi alla voce triste di Bambi, mescolare le mie lacrime alle sue, a distanza, cercare nella mia memoria le immagini più belle, quelle che non si trovano su internet, quelle che sono nella testa di tutti noi che l’abbiamo amato, ammirato, rispettato, anche temuto.
Perché da bambine ci faceva paura, si ammutoliva, nella sala B, al suo passaggio, alla vista del suo bastone, che ci sembrava tanto minaccioso. E che minaccioso non lo era per niente, come non lo era lui. Burbero, a volte, vivace sempre, fino a prima della malattia. Ironico, fino a ribattezzare "Giuseppe" il nuovo bastone, col pomello dal muso di bulldog, che qualche anno fa le ragazze di un Passo D’addio più spiritoso del solito gli avevano donato come omaggio di fine scuola.
A un bulldog un po’ ci somigliava veramente, con la sua faccia buona dalle guance morbide, il suo finto cipiglio, l’aria placida turbata solamente dalle furie occasionali e passeggere, da quell’uomo passionale che era.
Negli ultimi tempi la malattia lo aveva reso più opaco. Un paio di volte, in questi miei ultimi anni di lontananza dalla scuola, mi ero affacciata, per poi pentirmene, andandomene a casa col cuore stretto, gli occhi velati. Non mi aveva riconosciuto, non si ricordava o non era sicuro. Magari aveva paura di sbagliare il mio nome.
Non sono mai stata una sua allieva diletta. Come molti insegnanti, aveva le sue preferite e non lo nascondeva. Ma come molti grandi insegnanti, dava a tutti, indistintamente. Dava le sue coreografie, le sue correzioni, le sue battute goffe, anche. E suoi tormentoni, i suoi scherzi prevedibili, ma sempre graditi. Eravamo le sue stelle cadute dal cielo per il troppo peso. Le nostre diagonali erano valanghe inarrestabili, le nostre orecchie perennemente sorde. E lui era il nostro amato Maestro, “vecchio, ma sempre in servizio”.
Ma le sue coreografie, quelle riusciva a farle sempre diverse. Col suo stile, con due o tre linguaggi suoi classici (quello neo-classico, quello jazzato, quello drammatico), a volte separati, a volte mescolati, spesso conditi di ironia, ma sempre con risultati nuovi, con piccole aggiunte originali. Riusciva a far rivivere musiche stereotipate da balletto ottocentesco trite e scontate, così come addomesticava Ravel, Stravinskij, Debussy, Poulenc. Fino all’ultimo è andato avanti, lottando con l’età, la malattia, le difficoltà della scuola, la stanchezza. Sempre sostenuto dal suo corpo insegnanti, Sara, Laura e Fausta, in questi ultimi anni. E da sua figlia Sandra, la piccola Sandrina che abbiamo tutti visto crescere, riuscito connubio di madre ballerina e padre coreografo, aggraziata interprete che di recente ha cominciato a muovere i primi, azzeccati passi nella creazione artistica.
Quando tornerò a scuola, questa primavera, so che sarà doloroso. Ogni volta che ritorno, e sento l’odore delle pareti tinteggiate durante l’estate, riconosco le panche dei camerini, le foto con i tanti visi cari, ascolto la musica delle vecchie lezioni, mi sento prendere dalla malinconia dolce che associo sempre ed esclusivamente alla danza, perché è tra quelle pareti che la danza è diventata parte della mia vita, di quello che sono.
Questa volta sarà molto più intenso e doloroso, ma so che troverò la stessa dolcezza. Perché quello che il Maestro ci ha dato, veramente, al di là di ogni retorica, non ce lo porterà via mai nessuno.
Giuseppe Urbani
È morto il Maestro. L’unico che è stato e sarà sempre tale, per me, per noi, per tutti gli allievi e allieve disseminate per Roma, per l’Italia, qualcuno nel mondo.
Un mondo che improvvisamente mi sembra vastissimo, perché nell’era di internet e delle compagnie aeree low cost varcare l’oceano in un giorno è ancora complicato. E dunque posso solo attaccarmi alla voce triste di Bambi, mescolare le mie lacrime alle sue, a distanza, cercare nella mia memoria le immagini più belle, quelle che non si trovano su internet, quelle che sono nella testa di tutti noi che l’abbiamo amato, ammirato, rispettato, anche temuto.
Perché da bambine ci faceva paura, si ammutoliva, nella sala B, al suo passaggio, alla vista del suo bastone, che ci sembrava tanto minaccioso. E che minaccioso non lo era per niente, come non lo era lui. Burbero, a volte, vivace sempre, fino a prima della malattia. Ironico, fino a ribattezzare "Giuseppe" il nuovo bastone, col pomello dal muso di bulldog, che qualche anno fa le ragazze di un Passo D’addio più spiritoso del solito gli avevano donato come omaggio di fine scuola.
A un bulldog un po’ ci somigliava veramente, con la sua faccia buona dalle guance morbide, il suo finto cipiglio, l’aria placida turbata solamente dalle furie occasionali e passeggere, da quell’uomo passionale che era.
Negli ultimi tempi la malattia lo aveva reso più opaco. Un paio di volte, in questi miei ultimi anni di lontananza dalla scuola, mi ero affacciata, per poi pentirmene, andandomene a casa col cuore stretto, gli occhi velati. Non mi aveva riconosciuto, non si ricordava o non era sicuro. Magari aveva paura di sbagliare il mio nome.
Non sono mai stata una sua allieva diletta. Come molti insegnanti, aveva le sue preferite e non lo nascondeva. Ma come molti grandi insegnanti, dava a tutti, indistintamente. Dava le sue coreografie, le sue correzioni, le sue battute goffe, anche. E suoi tormentoni, i suoi scherzi prevedibili, ma sempre graditi. Eravamo le sue stelle cadute dal cielo per il troppo peso. Le nostre diagonali erano valanghe inarrestabili, le nostre orecchie perennemente sorde. E lui era il nostro amato Maestro, “vecchio, ma sempre in servizio”.
Ma le sue coreografie, quelle riusciva a farle sempre diverse. Col suo stile, con due o tre linguaggi suoi classici (quello neo-classico, quello jazzato, quello drammatico), a volte separati, a volte mescolati, spesso conditi di ironia, ma sempre con risultati nuovi, con piccole aggiunte originali. Riusciva a far rivivere musiche stereotipate da balletto ottocentesco trite e scontate, così come addomesticava Ravel, Stravinskij, Debussy, Poulenc. Fino all’ultimo è andato avanti, lottando con l’età, la malattia, le difficoltà della scuola, la stanchezza. Sempre sostenuto dal suo corpo insegnanti, Sara, Laura e Fausta, in questi ultimi anni. E da sua figlia Sandra, la piccola Sandrina che abbiamo tutti visto crescere, riuscito connubio di madre ballerina e padre coreografo, aggraziata interprete che di recente ha cominciato a muovere i primi, azzeccati passi nella creazione artistica.
Quando tornerò a scuola, questa primavera, so che sarà doloroso. Ogni volta che ritorno, e sento l’odore delle pareti tinteggiate durante l’estate, riconosco le panche dei camerini, le foto con i tanti visi cari, ascolto la musica delle vecchie lezioni, mi sento prendere dalla malinconia dolce che associo sempre ed esclusivamente alla danza, perché è tra quelle pareti che la danza è diventata parte della mia vita, di quello che sono.
Questa volta sarà molto più intenso e doloroso, ma so che troverò la stessa dolcezza. Perché quello che il Maestro ci ha dato, veramente, al di là di ogni retorica, non ce lo porterà via mai nessuno.
Giuseppe Urbani
Thursday, December 06, 2007
go blue! (and white)
Una massa di braccia (destre) si stendono ripetutamente al ritmo del canto di migliaia di giovani e vibranti voci “Hail to the victors valiant, hail to the conquering heroes! Hail! Hail!”…
No, non mi trovo a un raduno di nostalgici nazisti, ma alla partita di football del Michigan ad Ann Arbor. L’inno atletico dell’università è abbastanza imbarazzante, non tanto per possibili reminiscenze politiche, quanto per la lirica elementare (otto versi in tutto, molte ripetizioni) che azzardano toni epici e una ritmica alquanto forzata, col risultato di una prosodia singhiozzante e bizzarra.
Ma io ancora non lo conoscevo, l’inno, visto che lo sentivo allora per la prima volta, e mi limitavo ad unirmi ai canti più semplici, mentre allo stesso tempo tentavo di non squagliarmi sotto il sole implacabile dell’ “estate indiana” più calda del secolo. Eravamo in ottobre e facevano tipo 30 gradi. In più toccava stare in piedi, come in curva all’Olimpico (così almeno mi si dice), per poter intravedere qualcosa in mezzo alla folla acclamante.
Diciamo che il mio giudizio sul football americano non è caratterizzato da grande entusiasmo. È uno sport buffo. Ci sono questi bestioni col casco e i pantaloni attillati sul sedere che corrono dietro a una palla dal comportamento imprevedibile, che rotolando sbilenca li costringe a corrergli dietro mostrando il suddetto sedere a migliaia di persone deliziate (sospetto per ragioni differenti dalle mie). A me ricordavano i bimbetti che trotterellano col sederino all’aria appresso ai loro giochini, ma suppongo che il paragone sia chiaro solo a me. Anzi, è oscuro anche a me, ma mi viene spontaneo lo stesso. Sarà stata la distanza, il fatto delle imbracature, mi sembravano tutti piuttosto ridicoli. Perfino nell’atto di buttarsi gli uni addosso agli altri non acquistavano alcuna aura eroica, visto che la mischia si concludeva subito, l’arbitro fischiava, si rimettevano in posizione e ricominciava tutto da capo. Una noia mortale, pause lunghissime, solo ogni tanto il … quarterback? Non ne ho idea, insomma il tipo che correva con la palla, riusciva a zigzagare abbastanza abilmente da evitare tutti e arrivare alla meta. Ma ci sarà stata una corsa spettacolare in tutta la partita.
Immagino che un tifoso offeso potrebbe replicare che nel calcio i gol scarseggiano allo stesso modo, e avrebbe ragione, solo che almeno lì una partita dopo 90 minuti è finita! Questi vanno avanti per più di tre ore!
Ma la durata non è tutto. Quando sono andata a vedere i White Sox di Chicago giocare contro i Tigers di Detroit (baseball, lega professionale), il gioco era anche più lento, il sole assai più cocente, ma mi sono divertita di più. Sarà che stavamo seduti, sarà che accanto a me c’era Martha Nussbaum che chiacchierava incessantemente tipo radiolina, sarà che dall’altro lato c’era un bimbetto vero, di qualche mese, delizioso, insomma l’atmosfera era più rilassata e sembrava più di stare in spiaggia che allo stadio (ma senza ombrellone, ahimé).
Non che al football ci si avvicini anche lontanamente alle atmosfere da stadio nostrano: tutt’al più vola qualche parolaccia se l’altra squadra segna, ma l’atmosfera è più festaiola che minacciosa.
Un grande contributo in tal senso è fornito dalle bande musicali e dalle sgallettate sculettanti che qui chiamano cheerleaders. Queste ultime devo dire che si fanno un bel mazzo, zompettando per ore. Ovviamente a nessuno gliene può fregare di meno, tanto si limitano (gli uomini) a guardargli le gambe. Io freneticamente applaudivo sia le loro acrobazie, che le prodezze della banda che le seguiva nell’intervallo. Poi mi sono accorta che eravamo solo io e le turiste giapponesi di fronte a me, fino a che ho capito che quella era la banda della squadra avversaria e andava accolta con gelido silenzio. Si fa per dire, visto il brusio incessante e il continuo va e vieni con gli stand di junk food a caro prezzo.
Oltre alle bande e agli inni, da quello nazionale, a quello dell’università a varie canzoni tradizionali, alle grida di scherno sempre piuttosto contenute, ci sono i giochi-spettacolo per i bambini, le brevi esibizioni di cantanti, insomma tutto un circo costruito attorno che rende la fruizione sportiva molto ludica.
Questa impressione è stata confermata anche dalla mia terza esperienza: l’hockey su ghiaccio. Come nel caso del football, si trattava di sport universitario, il Michigan era sempre la squadra di casa. Non so se la tifoseria del football o dell’hockey professionale è più violenta, ma non credo. Mi si dice che i giocatori sono autorizzati a menarsi di più. Non che nello sport universitario si facciano le carezze, intendiamoci.
Ma l’hockey mi ha conquistato. È uno spettacolo stupendo a partire dall’entrata nel “rink”, ovvero in quello che io chiamavo “campo”. I giocatori sono un incrocio fra un ballerino e superman. Atletici, coordinati, eleganti, velocissimi. Si sbatacchiano un po’, d’accordo, ma sapere che è permesso me lo rende molto più sopportabile di tanti falli violenti nel calcio. Il coso, il “puck”, cioè il disco schizza alla velocità della luce, si riesce a malapena a vedere, ma i giocatori lo riescono a lanciare, afferrare, ci dribblano assieme, è una vera meraviglia.
Sono uscita che volevo imparare a giocare. La mia amica canadese Sheela è una giocatrice di hockey e ha subito proposto di portarmi a pattinare in centro. Io, vigliaccamente, passato l’entusiasmo iniziale, ho già rifiutato tre proposte, ma temo che prima di Natale mi arrenderò e rimpiangerò di aver schernito il sedere all’aria dei nostri valenti eroi con l’elmetto.




No, non mi trovo a un raduno di nostalgici nazisti, ma alla partita di football del Michigan ad Ann Arbor. L’inno atletico dell’università è abbastanza imbarazzante, non tanto per possibili reminiscenze politiche, quanto per la lirica elementare (otto versi in tutto, molte ripetizioni) che azzardano toni epici e una ritmica alquanto forzata, col risultato di una prosodia singhiozzante e bizzarra.
Ma io ancora non lo conoscevo, l’inno, visto che lo sentivo allora per la prima volta, e mi limitavo ad unirmi ai canti più semplici, mentre allo stesso tempo tentavo di non squagliarmi sotto il sole implacabile dell’ “estate indiana” più calda del secolo. Eravamo in ottobre e facevano tipo 30 gradi. In più toccava stare in piedi, come in curva all’Olimpico (così almeno mi si dice), per poter intravedere qualcosa in mezzo alla folla acclamante.
Diciamo che il mio giudizio sul football americano non è caratterizzato da grande entusiasmo. È uno sport buffo. Ci sono questi bestioni col casco e i pantaloni attillati sul sedere che corrono dietro a una palla dal comportamento imprevedibile, che rotolando sbilenca li costringe a corrergli dietro mostrando il suddetto sedere a migliaia di persone deliziate (sospetto per ragioni differenti dalle mie). A me ricordavano i bimbetti che trotterellano col sederino all’aria appresso ai loro giochini, ma suppongo che il paragone sia chiaro solo a me. Anzi, è oscuro anche a me, ma mi viene spontaneo lo stesso. Sarà stata la distanza, il fatto delle imbracature, mi sembravano tutti piuttosto ridicoli. Perfino nell’atto di buttarsi gli uni addosso agli altri non acquistavano alcuna aura eroica, visto che la mischia si concludeva subito, l’arbitro fischiava, si rimettevano in posizione e ricominciava tutto da capo. Una noia mortale, pause lunghissime, solo ogni tanto il … quarterback? Non ne ho idea, insomma il tipo che correva con la palla, riusciva a zigzagare abbastanza abilmente da evitare tutti e arrivare alla meta. Ma ci sarà stata una corsa spettacolare in tutta la partita.
Immagino che un tifoso offeso potrebbe replicare che nel calcio i gol scarseggiano allo stesso modo, e avrebbe ragione, solo che almeno lì una partita dopo 90 minuti è finita! Questi vanno avanti per più di tre ore!
Ma la durata non è tutto. Quando sono andata a vedere i White Sox di Chicago giocare contro i Tigers di Detroit (baseball, lega professionale), il gioco era anche più lento, il sole assai più cocente, ma mi sono divertita di più. Sarà che stavamo seduti, sarà che accanto a me c’era Martha Nussbaum che chiacchierava incessantemente tipo radiolina, sarà che dall’altro lato c’era un bimbetto vero, di qualche mese, delizioso, insomma l’atmosfera era più rilassata e sembrava più di stare in spiaggia che allo stadio (ma senza ombrellone, ahimé).
Non che al football ci si avvicini anche lontanamente alle atmosfere da stadio nostrano: tutt’al più vola qualche parolaccia se l’altra squadra segna, ma l’atmosfera è più festaiola che minacciosa.
Un grande contributo in tal senso è fornito dalle bande musicali e dalle sgallettate sculettanti che qui chiamano cheerleaders. Queste ultime devo dire che si fanno un bel mazzo, zompettando per ore. Ovviamente a nessuno gliene può fregare di meno, tanto si limitano (gli uomini) a guardargli le gambe. Io freneticamente applaudivo sia le loro acrobazie, che le prodezze della banda che le seguiva nell’intervallo. Poi mi sono accorta che eravamo solo io e le turiste giapponesi di fronte a me, fino a che ho capito che quella era la banda della squadra avversaria e andava accolta con gelido silenzio. Si fa per dire, visto il brusio incessante e il continuo va e vieni con gli stand di junk food a caro prezzo.
Oltre alle bande e agli inni, da quello nazionale, a quello dell’università a varie canzoni tradizionali, alle grida di scherno sempre piuttosto contenute, ci sono i giochi-spettacolo per i bambini, le brevi esibizioni di cantanti, insomma tutto un circo costruito attorno che rende la fruizione sportiva molto ludica.
Questa impressione è stata confermata anche dalla mia terza esperienza: l’hockey su ghiaccio. Come nel caso del football, si trattava di sport universitario, il Michigan era sempre la squadra di casa. Non so se la tifoseria del football o dell’hockey professionale è più violenta, ma non credo. Mi si dice che i giocatori sono autorizzati a menarsi di più. Non che nello sport universitario si facciano le carezze, intendiamoci.
Ma l’hockey mi ha conquistato. È uno spettacolo stupendo a partire dall’entrata nel “rink”, ovvero in quello che io chiamavo “campo”. I giocatori sono un incrocio fra un ballerino e superman. Atletici, coordinati, eleganti, velocissimi. Si sbatacchiano un po’, d’accordo, ma sapere che è permesso me lo rende molto più sopportabile di tanti falli violenti nel calcio. Il coso, il “puck”, cioè il disco schizza alla velocità della luce, si riesce a malapena a vedere, ma i giocatori lo riescono a lanciare, afferrare, ci dribblano assieme, è una vera meraviglia.
Sono uscita che volevo imparare a giocare. La mia amica canadese Sheela è una giocatrice di hockey e ha subito proposto di portarmi a pattinare in centro. Io, vigliaccamente, passato l’entusiasmo iniziale, ho già rifiutato tre proposte, ma temo che prima di Natale mi arrenderò e rimpiangerò di aver schernito il sedere all’aria dei nostri valenti eroi con l’elmetto.
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