Domani c'è il Pride di Bologna, una ventina di giorni fa c'è stato a Roma, e io mi perdo entrambi. La California ha di recente riapprovato il diritto dei gay a sposarsi. Non a "unirsi civilmente", ma a sposarsi proprio, la stessa istituzione civile degli eterosessuali. Non conosco i dettagli, non so se questo abbia implicazioni in campo religioso, se cioè un veto statale condizioni o no anche quelle istituzioni religiose che sarebbero per permettere ai loro fedeli omosessuali la stessa cerimonia che a quelli eterosessuali. Il principio di istituzioni "equal, but separated" comunque, puzza di discriminazione anche senza troppi dettagli, nonostante tutti gli attuali candidati alla presidenza, compresa Clinton anche se ormai è fuori, abbiano sostenuto finora di NON essere in favore del "gay marriage". Ma perfino McCain, che è sfavorevole, da quel che ho capito, a unioni civili, in almeno un paio di occasioni ha ventilato "concessioni" in termini di "contratti legali" che da un conservatore pro-life non mi sarei aspettata (un giro su youtube conduce facilmente alle interviste di tutti e tre sull'argomento).
Il dibattito negli Stati Uniti, come tutti i dibattiti, è allo stesso tempo di una civiltà e di una violenza che continuano a sorprendermi. Accanto a manifestazioni fitte di cartelli del genere "God hates fags", che mi fanno fisicamente stare male per l'odio che trasudano (a me, agnostica eterosessuale, posso immaginare un credente gay come si debba sentire- e anche un non credente ovviamente), è evidente che a livello politico nemmeno il candidato repubblicano può permettersi un men che cauto e pacato dissenso, almeno in pubblico.
Come ha scritto, mirabilmente come sempre, Anna Quindlen, opinionista e scrittice, su questo articolo di Newsweek, "l'amore ha vinto". Beh, ancora chiaramente ce n'è da fare di strada, ma i progressi sono innegabili.
Mi sono commossa, come molti altri, al recente annuncio di Ellen Degeneres, presentatrice gay di un popolare variety show, del suo matrimonio con la compagna Portia De Rossi. Sono belle, ricche e brillanti, e annientano qualsiasi cliché residuo sulle lesbiche (anche mio, ché, come ho già detto, in fatto di pregiudizio implicito a scagliare la prima pietra bisogna stare bene attenti, o ci si ritrova sotto un cumulo di sassolini aguzzi).
Di pregiudizi espliciti, ovviamente, ne girano ancora troppi. Per quanto non si possa imputare solo a questo la sua sconfitta, è indubbio che Hillary Clinton ha subito un attacco incrociato da destra e da sinistra che troppo spesso ha assunto le tinte neanche troppo velate dello sciovinismo. "Aggressiva, manipolatrice, testarda" sono solo alcuni degli aggettivi che spesso, nel caso di Obama o McCain, sarebbero stati "assertivo, politicamente abile, tenace".
Senza entrare nel merito delle sue capacità, successi, errori, non si può che pensare che sia stata una grande scommessa, dalla portata storica. E, oltre alla maggiore consolazione della sfida di Obama, ce n'è una minore. Sia Michelle Obama che Cindy McCain sono potenziali first lady all'altezza di quello che è stata Hillary. Entrambe sono delle specie di super-donne, con modalità e caratteri diversi, ma altrettanto volitive, indipendenti e capaci di rivestire mille e uno ruoli, in cui quello di indefesse sostenitrici del loro uomo sembra provenire esclusivamente dall'amore che nutrono per lui e non da un prefabbricato "dovere femminile".
Sembra di essere finalmente all'alba dello sgretolamento dei valori patriarcali, o per dirla più esplicitamente, dei valori maschilisti, misogini, omofobici e sessuofobici che le religioni hanno contribuito a cementare. Che la secolarizzazione della società debba andare di pari passo con una morte Nietzschana di Dio, poi, non è affatto detto, come tra gli altri ha scritto Gianni Vattimo nel suo appassionato "Credere di credere".
Per concludere un post che credevo sarebbe stato più lieve, qualche foto dalla sfilata di Roma 2007, compresa quella inusualmente punkettara del mio paladino delle minoranze preferito.


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