Che serata. Non sara' stata emozionante cone quella della mia amica Vera che festeggiava ad Harlem, New York, o come quella di coloro che si sono ritrovati a Grant Park a Chicago, ma e' stato piuttosto coinvolgente. Perfino Shen-yi, che di solito e' un cinicone, si e' commosso. Per sentirci al telefono abbiamo dovuto aspettare che le linee impazzite si liberassero un pochino e i telefoni tornassero a funzionare. Nel bar dei graduate students dove stavo io sembrava di essere a capodanno, con il conto alla rovescia finale alle undici e il boato seguito alla officiosa proclamazione di Barack Hussein Obama a presidente degli Stati Uniti d'America. E in effetti c'e' questa sensazione di essere alla vigilia di qualcosa di nuovo, difficile ma bello.
Ancora una volta, l'America, nonostante le sue contraddizioni, mi fa credere a quello che promette: la possibilita' di crescere, cambiare, affrontare nuove sfide. Il rimpianto che non sia una donna viene alleviato non solo dalla incredibile rivoluzione che questo presidente rappresenta (e vivere qui, in una citta' ancora segregata, te lo fa sentire appieno), ma anche dal fatto che Michelle Obama e' la First Lady che ogni femminista vorrebbe, una donna brillante, ironica, elegante, coraggiosa, amorosa.
Il discorso di McCain e' stato dignitoso, generoso e patriottico come l'uomo che l'ha letto, un candidato conservatore che fa sfigurare i buffoni nostrani. McCain e' una persona decente, rispetto a cui si puo' essere in disaccordo ma di cui non si puo' non ammirare la dirittura morale. La Palin, beh, lasciamola perdere, visto che possiamo tirare un sospiro di sollievo. E faceva tenerezza, poverina, con i lacrimoni nei begli occhi delusi.
E' stata una vittoria schiacciante, e non delle elite (nonostante le statistiche mostrino come gli elettori con un "post-doctoral degree" fossero quasi tutti a favore di Obama), visto che sono andate a votare persone che mai avevano avuto fiducia nel sistema. E' la vittoria anche di tutti i volontari che sono andati porta per porta a bussare alla gente per farla votare, come la mia amica Melissa. Qui la democrazia e' anche questo.
Condivido parola per parola il commento di Vittorio Zucconi.
Ma ora arrivano i tempi duri. Passata l'euforia, la strada per Obama sara' tutta in salita: dopo una tale idolatrazione, di elettori e stampa, nessuno sgarro gli sara' perdonato. E si trova ad affrontare quattro anni difficilissimi. Ma e' un prezzo che vale la pena di pagare per entrare nella storia.
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2 comments:
E' un prezzo che bisogna pagare se si vuol rispondere alle sfide (difficili) del presente e del futuro - grazie per il bel post! :-)
Sara,
condivido la tua analisi. In realtà, sarebbero davvero state le cose da raccontare. Io ho aspettato i risultati a casa con amici, poi siamo andati sul campus della Columbia University e tutti insieme abbiamo fatto un corteo fino ad Halerm. Una grande emozione. Difficile da raccontare.
Se posso, vorrei aggiungere solo due parole rispetto alla vittoria di Obama. Ho seguito la sua campagna da dicembre dello scorso anno. Obama non e' solo bravo. C'e' qualcosa di più in lui. Ha una visione politica. E
poi sembra davvero un uomo "in grado di stare al mondo". Questa cosa -
per quanto tu possa lavorarci sopra - non la puoi costruire così. Su questo non puoi barare.
Nel suo ultimo spot girato da Davis Guggenheim, premio Oscar per il documentario
di Al Gore "An Inconvenient Truth", nella parte finale Obama dice che tutti i giorni ricorda
di non essere un uomo perfetto e che non sarà un presidente perfetto.
Semplicemente commovente.
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