Sono tornata a New Haven di mattina presto, insonnolita, intristita, improvvisamente conscia di tutto quello che non volevo ricordare. In assenza dello shuttle di Yale, che il sabato mattina latita, degli autobus cittadini, che di sabato passano ogni due ore, di taxi in vista (ma tanto non avevo voglia di pagarlo), mi sono trascinata le mie valige piene di libri recuperati ad Ann Arbor fino a casa. Sono giunta sudata, imprecando per aver lacerato una sciarpa sotto una rotella della valigia, ho aggiornato la mia vicina sulla mia settimana dolceamara, mi sono semiannegata in una doccia bollente e mi sono gettata a letto. Il mio umore e' ulteriormente peggiorato quando Shen-yi mi ha comunicato che avevo lasciato il caricabatterie del Mac a casa sua. La cenetta a casa di Giulia, che mi ha fatto usare il suo caricatore, le chiacchiere e un po' di studio hanno addolcito una giornata cominciata male.
Ma oggi la giornata e' iniziata bene. Mi sono svegliata tardi, ho preparato un pranzo al sacco a base di pane integrale, formaggio di capra e pere (la mia dispensa e' ancora approssimativa) e mi sono avviata... a teatro!
Questo weekend c'e' lo spettacolo autunnale di A Different Drum. Non mi ritrovavo in un teatro dal saggio di Danzarea, ma insomma, quella e' stata decisamente un'esperienza con piu' ombre che luci, anche per il periodo in cui mi trovavo.
Ma oggi quando sono entrata nel piccolo OBT (Off Broadway Theater, perche' da' sul retro di Broadway) mi sono sentita qualcosa sciogliersi in petto, e ho inspirato con volutta' quell'odore che conosco bene. Non sono una scrittrice abbastanza brava per descrivere l'esperienza sinestetica che e' per me entrare in un teatro dalla porta degli artisti (che in questo caso coincide con l'ingresso del pubblico!), all'inizio di una settimana di prove. So che tra i miei lettori, o meglio le mie lettrici, c'e' chi capisce perfettamente e sta sorridendo con me.
Proprio in questi giorni mi sono ritrovata a ripensare a tutto quello che mi sto perdendo in Italia, ai matrimoni, alle nascite, ai funerali, alle lauree, a tutto quello che succede nelle vite di chi mi e' caro, quelle vite che si intrecciano sempre meno con la mia. Nonostante tutta la tecnologia disponibile, una telefonata e' ancora una cosa complicata, e una chiacchierata serale con un amico diventa un'impresa che richiede mesi di accordi, mail, spiegazioni. E ovviamente non e' solo per il fuso o i costi. E' la distanza mentale che si amplifica, e credo che tutti gli esuli mi capiscano. Per quelli rimasti in patria sei un'entita' lontana, il cui posto in agenda e' difficile da conservare, con tutto quello che preme, piu' urgente, piu' presente.
Ma poi mi ritrovo di nuovo a fare una prova spazi, a memorizzare la distanza da una quinta, a condividere una banana, a progettare un poster per la compagnia con cui dividiamo il teatro.
Non e' come il Nazionale, d'accordo. Non e' come stare in camerino con Bambi, Lucia e Claudia, o con Annalisa, Giulia e Franci. Non c'e' il Maestro col suo bastone (e ancora fa strano pensare che non c'e' proprio piu') o Fausta che saltella dal palco alla platea. Ma e' anche questo il bello. La consolazione del consueto viene amplificata, non sminuita, dall'eccitazione della novita'. Peccato che non possano essere tutte qui, le mie amichette ballerine, a condividere questa nuova gioia, questa nuova avventura. Ma il modo di tornare a ballare insieme lo trovero', lo troveremo. Vero?
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1 comments:
Chissa', magari un giorno ritroveremo davvero un angolo di mondo che ci faccia di nuovo ballare insieme. Che facciamo, organizziamo qualcosa per Natale? ;)
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