Monday, March 09, 2009

yalie si diventa?

In questi ultimi mesi mi sono data da fare per cercare di diventare una vera studentessa di Yale. In realta', piu' di tanto non posso fare. Non sono una undergraduate, dunque non vivo in un dormitorio alla Harry Potter, non posso (ne' voglio) cercare di entrare in confraternite o societa' segrete, e non ho mamma e papa' che mi passano una paghetta sufficiente ad acquistare borsette firmate e 'mbriacarmi di cocktail la sera (oltre a pagare varie decine di migliaia di dollari annui in tasse universitarie, vitto e alloggio).

E tuttavia, mi do' da fare, perche' in fondo sono portata all'appartenenza. Di recente sono andata a vedere la partita di hockey di fine stagione tra Yale e Cornell (altra scuola Ivy League) e mi sono ritrovata ad urlare a squarciagola negli emozionanti momenti finali in cui Yale si assicurava la vittoria dopo una pericolosa rimonta di Cornell dell'ultimo minuto. Di fronte a me, un'umanita' assortita e varia, di ogni eta'. Qualche bambino col papa'. Bellimbusti da confraternita sguaiati e aggressivi, ma anche ragazzotti brufolosi e smilzi, e talvolta una combinazione delle due categoria (un tipo di fronte a me sfoggiva il muscoloso petto nudo nella giacca al''ultima moda, ma costose lozioni non erano riuscite a scalfire l'acne post-adoloscenziale di cui sicuramente si doleva in privato). Le ragazze altrettanto miste: da quella ingoffita dalla felpa extralarge alle fanciulle seminude e assai truccate, alcune dall'aria decisamente appassita a furia di lampade abbronzanti e sbronze a ripetizione. E poi una folla di spettatori di mezza eta' e anziani, comprese le immancabili arzille settantenni in scarpe da ginnastica e jeans. Come sempre in questi casi, ho imparato piu' guardando chi guardava...

Oltre a cercare di sviluppare la mia lealta' agonostica, mi sono aggregata alla comitiva di graduate students (molti dei quali internazionali come me) nella gita di gruppo a New York dello scorso venerdi', che prevedeva, oltre a una piacevole serata a un comedy club, la visita allo Yale Club di Manhattan. Un giro in un altro mondo... E' il club degli ex-studenti di Yale (Alumni, come li chiamano qui, pronunciato "alumnai") e, bonta' loro, anche dei poveri dottorandi. La membership e' carissima per gli ex-undergraduate che si suppone abbiano fatto i soldi nel mentre, e quasi puramente simbolica per i graduate students, che per soli 80 dollari all'anno possono usufruire di biblioteca, palestra con piscina, e possono accedere ai servizi di ristorante e hotel. Che pero' sono piuttosto cari, a giudicare dalla clientela raffinata e WASP che li popolava. Dubito che decidero' mai di farmi socia, pero' farci un giro e' stato divertente. In una delle sale di ricevimento troneggiavano i ritratti ad olio di Bush padre e figlio, vis á vis con Bill Clinton. Noi eravamo li' a scattare foto piu' o meno ironiche e mangiare pasticcini elargiti da camerieri altezzosi, allo stesso tempo sprezzanti dell'anacronismo, affascinati dal senso di vecchia maesta', e intimiditi dall'aura di esclusivita', piu' o meno di classe, che trasudava dalle pareti e dalle persone. Insomma, l'eterno dilemmatico sentire degli intellettuali: l'invidia e il disprezzo del potere che si avvicendano come diavoletto e angioletto sulla spalla di Paperino.

1 comments:

sp said...

P.S. Quando parlavo di borsette firmate pagate con i soldi di mamma e papa' non sapevo pero' che molti studenti qui fanno uno o due lavori part-time, e dunque molti di loro le borsette firmate se le comprano coi soldi loro...